sabato 5 novembre 2011

Jobs: successo, genio o profitto?

http://www.rinascita.eu/?action=news&id=10861

Mi trovo, mio malgrado, a dovermi intrattenere su un argomento ancora attuale ma non più “fresco di giornata”, almeno fino a quando l’enfasi funeraria non sarà esaurita del tutto e il mondo aspetterà il prossimo decesso di vip da beatificare.
L’articolo del 6 ottobre 2011 “Jobs, il genio e l’export di sfruttamento” pubblicato da questo giornale ha riscosso proprio online un discreto successo. Per successo non intendo stupidamente solo i “mi piace” cliccati via Facebook o le mail pervenutemi in posta, ma definisco tale successo come generale attenzione all’argomento, evidentemente nervo scoperto di una società in cerca di idoli da adorare.
Ho avuto, proprio online, diverse e numerose critiche per la mia tesi che, controcorrente, giudicava cinico e senza scrupoli un qualsiasi imprenditore (il self made man Jobs in questo caso) che delocalizzasse la produzione in Cina presso fabbriche dove l’attenzione al lavoratore non ha standard di sicurezza e vivibilità eccezionali.
Le critiche mossemi sono state svariate, dalla cattiva e approssimata informazione alla saccenza, passando per l’anticapitalista antiprogresso invidioso del successo altrui (evito di riportare qui le critiche più volgari e offensive comunque ancora visibili sul sito per i più curiosi e per vergogna di chi le ha scritte) insomma sono stato dipinto un po’ superficialmente quasi come un Amish che com’è noto sono acerrimi nemici integralisti, della tecnologia.
Questa enfasi mi ha colpito e mi ha dato la forza per nuovi e più accurati spunti di analisi del fenomeno Jobs.
Il capitalismo soffre di crisi di sovrapproduzione assoluta che, tradotto in parole più semplici, vuol dire che in genere viene prodotto troppo di tutto e non solo di un determinato bene.
Il problema di oggi non è tanto quello di produrre qualcosa (quando il ciclo economico è depresso i magazzini sono pieni di merce da vendere) tanto è vero che tutti i guru della scienza triste parlano di stimolare i consumi per uscire dalla crisi. In questa ottica è chiaro che un uomo che riesce a rendere oggetto dei desideri di tutti una scatola con delle schede elettroniche dentro (leggasi computer) e che riesce a vendere milioni di questi pezzi, senza conoscere crisi o cali di vendita preoccupanti, ma anzi fidelizzando all’estremo la propria clientela, sia considerato un genio assoluto, un messia. Ma genio del bene o genio del male? La linea di confine è sottile e non sta ad un “saccente” come me giudicare un uomo ricco e di successo come Steve Jobs, una mia critica potrebbe essere anche fraintesa per invidia dagli evangelisti della chiesa di Apple. Una cosa è sicura ed acclarata nel tempo, Steve usava diabolicamente programmare anche l’obsolescenza dei suoi magnifici ambiti e costosi gioellini, da vero amante del profitto personale più che del progresso (cosa che tanti beatificatori ci vogliono far credere), ha lasciato addirittura un “tesoretto” con innovazioni da centellinare per i prossimi cinque anni (waste industry). Chissà se i dottori o le case farmaceutiche facessero lo stesso (e non è detto che non lo facciano) quanto pericoloso diventerebbe questo gioco per l’umanità.
Altri lettori, nelle loro critiche più civili mi hanno fatto notare che a muovere la produzione in Paesi “più convenienti” non è solo la Apple ma anche la Hewelett & Packard, Dell, Nintendo, Cisco, Microsoft, Nokia etc. Ebbene? Invece di ringraziarmi per la denuncia di un misfatto del genere mi si vengono a fare accuse di parzialità o di anti-tifoso della Apple? Gli errori/orrori di queste aziende (in maggioranza americane) non si compensano né si elidono, ma si sommano e chi scrive non esiterebbe a parlare degli altri sempre che ve ne sia l’occasione, così come mi è sembrato giusto parlare di Apple durante la snervante apologia del suo fondatore in pieno tsunami necro-emotivo-collettivo.
In diverse occasioni pubbliche, e rintracciabili sull’amato Google, ho anche cercato di smascherare quelle aziende che usano la CSR (Corporate Social Responsibility o Responsabilità Sociale d’Impresa) come specchietto per le allodole verso i propri stakeholder (letteralmente portatori di interesse) clienti, comunità, investitori, finanziatori etc.
BP, Exxon e tante altre aziende hanno delle bellissime pagine web che stimolano pensieri di sicurezza e amore, producono dei patinatissimi bilanci di sostenibilità pieni di belle fotografie e storie di successo e amore verso la natura, la terra e il prossimo, ma creano disastri ambientali e sociali da fare rabbrividire chiunque sia un poco più informato e analitico della massa credulona.
E’ per questo motivo che proprio ora durante il tempo delle mele (quelle che spuntano a migliaia forse a milioni sui profili Facebook, lì dove si preferisce mostrare un logo invece della propria faccia) ho ritenuto opportuno, sempre su Rinascita, dare una risposta alle numerose seppur minoritarie, critiche al mio contro-pensiero. Spero che il mio pensare indipendente non venga scambiato nuovamente per superbia o saccenza ma ponga qualche dubbio a questi nuovi integralisti che predicano il dogma della silicon valley.

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