giovedì 24 giugno 2010

Che fine sta facendo la CSR? Il disastro ambientale causato da BP e lo status quo della CSR, è tempo di una seria riflessione.


Scriviamo nei giorni in cui “Sant’ Obama da Washington” si batte strenuamente per far passare la legge che sancisce il vecchio e fallimentare principio dell’”inquinatore pagatore”. “Principio fondamentale della politica ambientale, elaborato nel 1972 all'interno dei paesi dell’OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e successivamente confluito nel principio 16 della Dichiarazione di Rio (UNCED) sullo Sviluppo e l'ambiente (1992).


Secondo tale principio, colui che inquina dovrebbe pagare l'intero costo dei danni ambientali causati dalla sua attività: ciò creerebbe un incentivo alla riduzione del danno ambientale.”

L'obiettivo, quindi, sarebbe quello di contenere i danni ambientali, facendo ricadere i loro costi su chi li ha causati (ex post dunque), tassare cioè le aziende che inquinano di più.

La legge proposta d’urgenza dagli “obamiani” dopo il disastro ambientale nel Golfo del Messico è specialmente pensata e diretta a “colpire” le società petrolifere che tendono a “risparmiare” sulla manutenzione delle piattaforme e sulle navi petroliere che nella maggior parte dei casi non dispongono di adeguate misure di contenimento del greggio in caso di incidente.

In particolare nel caso che prendiamo in esame si calcola che BP debba in qualche modo “risarcire” la natura terrestre rappresentata dal Governo Americano, ça va sans dire, con 120 (centoventi) milioni di dollari. I famosi ecologisti di Wall Street, tutti col pollice verde ma solo perché usano contare avidamente fra le loro mani tonnellate di divisa dal verde colore, hanno calcolato un aumento stimabile fra gli 8 e i 9 cent di dollaro al barile. Ovvio che le conseguenze di questo aumento ricadranno sui consumatori con un inevitabile quanto facilmente prevedibile aumento dei prezzi al consumo.

Premesso che consideriamo a rigor di elementare logica un principio quanto mai ottuso pensare di poter ripagare beni come l’ossigeno, l’aria pulita, le acque pulite, il terreno incontaminato, la fauna e la flora a suon di moneta, qualunque essa sia anche il “redivivo dollaro” delle ultime settimane, ci chiediamo se i geniali consiglieri del nuovo messia d’oltreoceano abbiano mai preso in considerazione la scarsa validità di tale principio. In poche parole il “polluter pays principle” (o principio dell’inquinatore pagatore) entrerebbe in gioco troppo tardi, ovvero quando disastri ambientali di portata simile a quello causato dalla BP sono già avvenuti e in particolar modo il legislatore (in questo caso americano) si illuderebbe (in maniera paranoide) di poter risarcire la terra con moneta sonante. E’ vero che le bonifiche che seguono tali disastri costano molto e sono altrettanto complesse, basti vedere quanto sia difficile e quanto sforzo di tecnica e “fantasia ingegneristica” (quasi un ossimoro) sia richiesto per fermare un processo così devastante come quello che ha causato la piattaforma BP negli Stati Uniti. Ma certo non si potranno con i 120 milioni di dollari ripagati dalla BP ricostruire le barriere coralline, la fauna ittica di quella parte di mondo e tutto quell’ecosistema che ha avuto bisogno di migliaia (se non milioni) di anni per trovare un tanto perfetto quanto splendido e fragile equilibrio.

Ciò premesso ci assale una curiosità: dov’è andata a finire la decantata (e da molti manager del settore ammirata) sostenibilità della BP che qualche anno fa ebbe la “geniale” idea, di sola facciata ovviamente, che la portò a cambiare ragione sociale da British Petroleum a Beyond Petroleum (oltre al petrolio)?

Oltre al petrolio! E’ proprio questa la domanda che viene da porsi oggi. Quanti danni abbiano fatto e continuino a fare questi “sostenibili manager” sparsi per il pianeta, che difendono dietro alla “foglia di fico” della sostenibilità le peggiori nefandezze? Oltre al marchio, al logo, alle pubblicità accattivanti e commoventi, alle iniziative di mera comunicazione e apparenza, alle certificazioni sulla veridicità dei bilanci comprate annualmente dalle società garanti (ciò avviene non solo per i bilanci consolidati ma anche per i bilanci e i report di sostenibilità e quelli ambientali), cosa c’è oltre questo mondo fatto di autocelebrazione e autosufficienza? Dove sta andando la Responsabilità Sociale d’impresa (o CSR – Corporate Social Responsibility)?

Ebbene per gli amici lettori col pallino della ricerca e della verifica, ancora oggi (a testimoniare il delirio di onnipotenza di certi grandi comunicatori) sul sito della BP nella sezione dedicata alla sostenibilità e alla CSR (www.bp.com) è possibile trovare pompose e autoreferenziali dichiarazioni riguardo alla serietà degli auditors esterni e indipendenti (coloro cioè che, profumatamente pagati, hanno il compito di controllare e validare cosa l’azienda dichiari nei propri bilanci e/o sul proprio portale internet). Tutta quella comunicazione dunque diretta verso gli stakeholder (letteralmente i portatori di interesse o meglio tutti coloro che hanno, direttamente o indirettamente, un interesse nell’attività aziendale). Che la materia CSR sia in crisi lo si può tristemente intuire da iniziative quanto mai superficiali e “addobbate a festa” che circolano anche nel nostro Paese. Basta andare a sentire uno degli innumerevoli dibattiti sul tema, dove manager o “manageresse” (tanto per rispettare le fatidiche quanto in realtà poco meritocratiche quote rosa), prestate alla materia e provenienti talvolta da dubbie carriere e discutibili percorsi aziendali, pontifichino sul nulla inanellando slogan e cose sentite dire dal collega straniero. Ebbene in questi aridi e continui dibattiti si discute ormai da quasi un decennio delle stesse tematiche, rimpallandosi le poche idee che circolano da tempo ma con diversi “vestiti”. Chi scrive è fermamente convinto sulla utilità di una seria CSR ma è allo stesso tempo critico con una realtà aziendale succube di mode, iniziative puramente mediatiche, slogan, marketing, et similia. Definirei queste pratiche appena elencate “circonvenzione di stakeholder onesto” più che sostenibilità.

Essendo chi scrive professionista che ha “bazzicato” per anni i severi analisti di sostenibilità di tutto il mondo, coloro cioè che emettono il passaporto per gli ambiti indici di sostenibilità, tenuti strettamente d’occhio dagli Investitori Socialmente Responsabili (SRI - Socially Responsible Investors) per le loro scelte d’investimento, posso dire che più che le brochure patinate, le accattivanti iniziative mediatiche (anche di nuova generazione con la eco fornita dai più famosi Social Network in circolazione), le consulenze milionarie etc. ciò che conta sono le performance e i numeri, ma queste nascono e si ottengono in tutta l’azienda meno che negli uffici dove risiede la funzione CSR. Un’attenta analisi degli indicatori chiave di performance (KPI) relativi alla sostenibilità (sempre che non vengano taroccati si intende), non saranno certo pane quotidiano né lettura piacevole per tutti, ma possono dare una nitida fotografia dell’operato di un’azienda. La funzione della CSR è piuttosto quella di pensare e organizzare la strategia che può, con la preziosa alleanza dei vertici aziendali e col tempo, migliorare le performance monitorate dagli analisti e riportate nei bilanci seriamente compilati e redatti.

Tutte le iniziative, non di impatto mediatico o di breve termine, ma quelle che tendono a costruire le “buone pratiche” aziendali sono mattoni su cui costruire una solida Responsabilità Sociale d’impresa. Per passare dal teorico al pratico ad esempio, pensare a degli MBO (Management by Objective, ovvero dei premi di risultato per i manager di un’azienda) su degli obiettivi che fanno capo a principi di sostenibilità come potrebbe essere la sicurezza, la diminuzione degli infortuni sul lavoro, la riduzione di emissioni inquinanti a parità di produzione, la percentuale di riciclo di materie prime e/o semplicemente della carta usata in ufficio e così via, sarebbe uno stimolo di sicura presa verso i manager (pecunia non olet) e avrebbe degli effetti positivi sulle performance sostenibili dell’azienda, questa volta non ex post come il principio dell’inquinatore pagatore su cui ci siamo già soffermati prima, ma preventivamente.

Speriamo che questo banale esercizio di logica applicato alla CSR possa stimolare coscienze e idee e possa far decollare nuovamente questa più che mai importante materia verso nuove mete, meno inquinate di quelle che ci contornano oggi.

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