giovedì 20 maggio 2010

Il Grande Freddo


“Non esistono più le mezze stagioni”, recita così il più classico dei luoghi comuni, ma a me questo clima fresco che si respira oltre la prima metà di questo insolito maggio 2010, a Roma e in gran parte d’Italia, non dispiace. A tratti mi illudo di vivere in un civile Paese nordico, magari scandinavo, dove puoi lasciare il portafogli sul bancone del pub e i vikinghi moderni un po’brilli (in vino veritas, ma loro si sa sono onesti) te lo restituiranno prontamente.
Poi però scendo in strada, vedo la sporcizia, le macchine in doppia fila e individui disperati che si attaccano al clacson per sfogare la loro rabbia e condividere col mondo l’ingiustizia di non poter uscire dal parcheggio, marciapiedi tempestati di cacche di cani, la gente rumorosa, egoista, falsa. I SUV con ricche signore stile sex and the city all’amatriciana sfrecciano in Via Tagliamento, appena fuori dal mio ufficio, nella “Roma bene” dove il costo del metro quadro ha raggiunto quasi i livelli di Tokio. Ritorno coi piedi per terra. Sono ancora nella mia repubblica delle banane, fra poco tornerà il caldo a ricordarmelo. Ma i barbari di questo medio evo moderno non siamo forse noi? Lobotomizzati per anni da una finta scelta televisiva che poi si è tradotta fatalmente in una finta scelta politica, e si è declinata in finte scelte di tifo calcistico e in molteplici antagonismi che hanno il solo scopo di riportare tutto a un bipolarismo esasperato in cui i finti estremi si somigliano troppo per poter dar vita a una sana scelta.
Proprio in questi giorni, freddi per essere a metà maggio, l’Italia, schiava degli interessi della famelica e rinvigorita belva americana, la cui guida è sempre saldamente a Wall Street anche se per i rotocalchi rosa rimane a Washington, ha regalato altre due vittime per una causa non giusta e non sua.
Premesso che chi scrive non crede che il sangue abbia passaporto e anzi aborra sentire i TG nazionali sottolineare con sempre maggiore enfasi la cittadinanza e/o nazionalità delle vittime di qualsivoglia incidente, disastro o guerra. Sacrificare (in ordine d’importanza) vite, forze, denaro pubblico ad una causa così discutibile come quella americana in Afganistan mi sembra l’ennesimo colpo autolesionista di un paese senza leader politici degni di questa carica.
Ma il problema dell’asservimento al potere americano, oltre ad essere questione vecchia, non rimane solo italiano. Molti altri Paesi hanno pagato il loro prezzo, contabilizzabile in sonanti vite umane, all’ “alleato occidentale” per eccellenza, ai guardiani della democrazie altrui che però non riescono, se non con sforzi ciclopici e solo sul filo di lana, contando fino all’ultimo senatore, ad attuare una più “umana” (e non semplicemente democratica) legge sulla sanità in casa propria. In quel caso il “talibano della lobby assicurativa” non è considerato pericoloso come il talibano che vive e difende le proprie montagne, aride e fatali, dai tanti invasori che nel tempo ci hanno spesso “lasciato le penne”.
Siamo stufi di vedere ministri della Difesa, fare tripli salti mortali di fronte alla propria storia (personale e nazionale) guerreggiare (e perdere) con la propria coscienza e riferire stancamente in Parlamento sull’ennesimo sacrificio umano pagato per una causa inutile, per delle miopi scelte di un inaffidabile (e in altre faccende affaccendato) presidente del Consiglio e per una vecchia quanto vulnerabile politica estera, che ha il solo scopo di rendere servizio all’alleato a stelle e strisce che “Usa” i propri subalterni europei nelle questioni di guerra da un lato per poi, negli stessi giorni, sferrare attacchi non meno virulenti (stavolta da “fuoco amico”) attraverso le proprie artiglierie bancarie e di affari armate di pericolosissimi “rating”.
Ecco che l’inusuale freddo di questi giorni continuerà a farmi sognare di stare in un “immaginario” Paese, più civile e coerente, con maggiore dignità verso la propria storia e quindi anche verso i propri cittadini, vivi e non, ma che almeno non abbiano l’ancor più triste destino di essere vittime di se stessi.

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