venerdì 25 settembre 2009

T(V)hanatos




Durante l’ultimo anno ho avuto qualche disavventura con le antenne televisive di casa, sia la parabolica che mi permette la visione dei canali satellitari, sia la vecchia antenna sul tetto che, pur non svolgendo la propria funzione, va a comporre il “panorama” ormai un po’ vintage che intitolerei “jungla di ferraglie”, tipico del nostro paese e fredda rappresentazione di una radicata litigiosità dei condomini nostrani.

Questo isolamento forzato si è concluso da qualche settimana quando, dietro raccomandazione del vicecapo condominio non eletto a maggioranza ma svolgente funzioni, sono riuscito ad ottenere un appuntamento con l’antennista di quartiere il quale, risolvendo il problema in pochi minuti mi ha “chiesto” 150 euro senza ricevuta, convertibili in 200 euro se avessi voluto ostinarmi nel chiedere fatturazione fiscale.

Risolti a caro prezzo i vari problemi di segnale analogico, digitale e satellitare mi sono deciso, con rinnovato entusiasmo a spendere qualche ora del mio tempo libero davanti alla televisione preferendola al più moderno e interattivo computer di casa, perennemente collegato col mondo.

Sono bastate poche settimane per farmi rimpiangere la magica, quanto salutare, disintossicazione da spazzatura mediatica.

Fra Funerali di Stato in salsa di lacrime di coccodrillo, bare tappezzate a tricolore, infanticidi sempre più frequenti e perpetrati con modalità più che mai sofisticate, investimenti (non di borsa perché su questi nessuno si fida più) ma di pedoni inermi che finiscono spiaccicati come moscerini contro SUV guidati da morti viventi imbottiti di droga , alcol e “soldi facili”, mi sono reso conto che la televisione italiana è il tempio dove si celebra la morte e solo la morte.

Questa pratica viene continuamente esorcizzata da culi e tette di “papiabili” (non è un errore di battitura ma è il mio modo di indicare le aspiranti al papi) ministre, che prima di approdare al palazzo (Grazioli o Chigi che sia) fanno la loro gavetta spogliandosi e ballando dietro una telecamera per poi finire nel “lettone di Putin”.

Ma l’apoteosi della resurrezione forzata (o forse dovremmo dire dello Zombiesmo) l’ho appreso incredulo quando ho visto lo spot, ripetutamente propinatomi, di una nota compagnia telefonica, con Fiorello (non me lo aspettavo), un resuscitato Mike Bongiorno e un (distrutto dal dolore ma pronto a incassare l’emolumento dall’azienda telefonica) figlio di quest’ultimo ultimo erede di Telemike.

Perché? Mi sono domandato. La logica di mercato costringe a provocare emozioni sempre più estreme a persone sempre più alienate e anestetizzate a livello emotivo. La topa di turno o i muscoli perfetti dei “tronisti defilippiani” non bastano più a suscitare emozioni che spingano a sentirsi costantemente inadeguati e quindi a uscire di casa e comprare (lo shopping compulsivo, come il gioco d’azzardo e l’uso di internet sono ufficialmente ascritti fra le nuove patologie riconosciute dalla psichiatria) qualche cosa che possa colmare quel gap insanabile.

Ma la bellezza fisica ostentata in quasi tutti i programmi non basta più a stimolare quei nostri meccanismi, a toccare corde emotive sempre più arrugginite e stonate. Ci vuole qualche emozione più forte ancora, qualcosa di molto più “democratico” che tocchi (o toccherà) proprio tutti noi. Ecco che quindi a poche ore dal trapasso del presentatore più mediocre della storia d’Italia, l’azienda che ha faustianamente comprato la sua immagine (che in questo caso coincide con l’anima dello stesso) mette in onda un collage di immagini del defunto…ringraziandolo per aver (secondo i loro calcoli non dimostrabili di marketing) contribuito a massimizzare i propri profitti.

Passa qualche settimana (un po’più dei tre giorni necessari a Cristo, almeno questo…) per vedere nuovamente all’opera il gaffeur nazionalpopolare (nonché amico del gaffeur nazional-istituzionale), debitamente riesumato dai trucchi del montaggio, dare i propri consigli per gli acquisti dallo schermo, tutto ciò condito da una vela di divertito sfottò dell’ultimo genito del de cuius.

Morale: se tutto quanto è spettacolo e “the show must go on”, se i sentimenti più intimi e reconditi di una famiglia, come il lutto, diventano il fine per fare ancora una volta spettacolo e abbattere un altro limite di decenza in nome della pecunia: non ci si lamenti poi che proliferino tanti potenziali Pietro Maso o tante madri assassine, perché una volta superati certi limiti e sdoganati in TV certi tabù, il confine fra vita e morte (specie quando le tante vite sono precarie, insoddisfatte e annebbiate da tale decennale e bombardante inquinamento culturale) diventa talmente sottile da non rendere più riconoscibile in quale territorio siamo, se fra i vivi, i vegetali, i morti resuscitati o gli highlander immortali!

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