domenica 6 settembre 2009

Responsabilità Sociale d’impresa e Responsabilità di corretta informazione economica


Leggendo l’articolo di fondo comparso sul Il Sole24ore del 9 luglio 2008: “L’impresa sociale è più sociale se fa bene la sua parte” di Luigi Zingales, notavo come alcune imprecisioni espresse dall’autore sulla Sostenibilità (o CSR – Corporate Social Responsibility) prendessero pericolosamente piede nella sua disinformata tesi.
Procedendo con ordine: nell’articolo sopraccitato, si parla di “interpretazione difforme (della CSR ndr.) da parte delle aziende che sempre più frequentemente ne farebbero cenno nei propri bilanci annuali intendendo la materia talvolta come responsabilità ambientale, talvolta come impegno verso i più poveri o addirittura verso gli interessi nazionali”.Ma chiunque abbia approcciato, anche superficialmente, la materia “sostenibilità” nella sua elementare teoria, sa bene che la Responsabilità Sociale d’Impresa si fonda e vive nell’interazione delle tre aree Economica, Sociale e Ambientale.


Non a caso nei Bilanci di Sostenibilità, e non negli Annual Report citati dall’editorialista del Sole e del Corriere della Sera, si parla di Triple Bottom Line, termine coniato a metà degli anni ’90 da John Elkington, esperto di fama internazionale sui temi della CSR, intendendo per questa il risultato delle performance ottenute dalle aziende in campo Economico, Sociale e Ambientale da rendicontare ai propri stakeholder.

Zingales continua poi affermando “è singolare che si parli di responsabilità sociale dell’impresa, ma non del consumatore o del lavoratore…perché dunque obbligare le società di capitali, che sono organizzazioni a scopo di profitto, a perseguire obiettivi caritatevoli o culturali?...”
In realtà, sfogliando la seconda pagina di qualsiasi manuale sulla CSR ci si rende conto che la filantropia e la solidarietà (v. figura 1) sono cosa terza ed esterna allo schema teorico della materia. Eppure, e in questo concordiamo con l’editorialista del Sole, spesso erroneamente (e non sempre in buona fede) alcune aziende tendono a mistificare il significato di sostenibilità confondendolo con laute (per quanto poco utili) donazioni che altro non hanno se non il tornaconto di immagine o marketing per l’azienda “buona” e caritatevole.
Inoltre il riferimento ai “portatori di interesse” di un’impresa ci sembra tema centrale e da non ridurre a mera questione secondaria. L’attenzione, il dialogo, l’engagement che molte aziende stanno da qualche anno iniziando ad offrire ai propri stakeholder (azionisti, finanziatori, comunità locali, generazioni future, dipendenti, fornitori etc.) ci sembra un sostanziale passo in avanti rispetto al passato e, parte del mestiere di chi fa la CSR sta proprio nel bilanciare gli interessi, a volte contrastanti, dei diversi stakeholder di un’impresa, tenendo presente che il “fare profitto” per un’azienda è una gamba (quella economica) del tripode utile e fondamentale per “sostenere” lo schema Società, Ambiente, Economia.
In quest’ultimo decennio la reportistica aziendale di CSR si è sviluppata in maniera raffinata, offrendo al pubblico informazioni sempre più sofisticate e facendo un grande sforzo di trasparenza rispetto ai tradizionali Bilanci di Esercizio.
L’attenzione di fette sempre più larghe di Investitori Socialmente Responsabili (SRI), di fondi etici e quindi di analisti di sostenibilità, del tutto paragonabili agli analisti finanziari che esprimono rating e giudizi sulle aziende quotate in Borsa, ha fatto si che alcune aziende mostrassero, come le minigonne, sempre di più ma nascondendo sempre “l’essenziale”.
Discorso diverso invece è avvenuto per imprese più virtuose, anche nel panorama italiano, questo esercizio di trasparenza si è tradotto con la rendicontazione di numerosi KPI’s (Key Performance Indicators) dietro i quali è facile individuare e distinguere la mera “operazione di marketing” rispetto alla seria e sincera attenzione verso i temi della CSR.
A titolo esemplificativo: un’azienda che rendiconta il tasso di mortalità e/o di infortunio fra i propri dipendenti (e fornitori) e puntualmente ogni anno riduce questi indici verso l’ambita meta ZERO INFORTUNI , non potrà essere tacciata di azienda che cura solo la propria reputazione ed immagine ma dovrà esserle riconosciuto l’impegno e i risultati su tale fronte.
Alla luce di quanto detto finora e di quanto si è rilevato (agli occhi dei più) negli ultimi giorni di crisi a livello mondiale, ci fa dunque riflettere la conclusione di Zingales che nell’articolo in discussione ci parla di CSR come di un sistema in cui “…non è più l’impresa a servizio del Paese ma è il Paese a servizio dell’impresa…una nuova versione di Capitalismo di Stato.” Siccome Zingales non ha mai mancato di indicare negli Stati Uniti, da dove pontifica, il modello che più si approssima a quello ideale che si contrappone al “capitalismo di Stato”, vorremmo sapere, dopo l’instaurarsi del più poderoso intervento statale nell’economia persino superiore a quello di Roosveltiana memoria con il New Deal, in quale Paese chiederà asilo politico ed ideologico e a quale Magna Charta liberista si appellerà.

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