domenica 6 settembre 2009

La Grande Mela e il Grande Verme


Sono le 6 del pomeriggio locali di martedì 3 febbraio 2009 quando atterro in una gelida New York per una settimana di lavoro con i colleghi delle compagnie energetiche di tutto il mondo per finalizzare un documento comune che portiamo avanti da due anni di "working groups" in giro per il pianeta.
Come appuntamento finale si è deciso di approdare nella "grande mela" perché ospitati da una società di consulenza (consulting firm) che (qui nulla è gratuito) pare sia alla disperata caccia di clienti grossi e "prosperosi" a cui offrire i propri costosi servigi.
Passata la via crucis dei controlli sempre più tecnologici e accurati, questa volta oltre alle impronte digitalizzate delle mie dita, la CIA ha inserito nei suoi, sterminati quanto statisticamente poco efficienti, database l'immagine della mia iride, scattata da un panciuto poliziotto dal cognome sicuramente italiano, con una webcam simile a quelle che si usano per chattare da casa. A sottolineare la schizofrenia del posto che mi approccio a visitare per la quarta volta nella mia vita, ritirati i bagagli, c'è un ennesimo controllo di un agente, di colore stavolta, che dopo aver ispezionato rudemente fino all'ultimo paio di calzini della mia valigia mi spara un "Welcome in the United States of America Sir" (Benvenuto negli Stati Uniti d'America Signore). Meno male che sono benvenuto altrimenti mi avrebbero messo subito una tuta arancione e spedito nella "Cuba americana" fra gli ultimi ospiti, prima della annunciata chiusura dell'"hotel Guantanamo" a poche stelle e molte strisce.
Il primo tassista che prendo dall'aeroporto JFK si chiama Alì (licenza con foto e nome in bella vista per il passeggero e possibilità di lamentarmi ad un numero verde gratuito in ogni momento del viaggio) mi chiede immediatamente dove devo andare, non lo fa per interesse o per iniziare a calcolare la cresta come avverrebbe fatto a Roma, qui la tariffa Aeroporto – Manhattan è fissa (flat rate) 45 dollari decisi non dal libero mercato ma dal Sindaco Bloomberg, neopianificatore dell'economia dei trasporti di New York.
La richiesta incalzante del tassista Alì serve a regolarsi sugli orari, è mussulmano praticante, come il 90% dei taxi driver che mi hanno accompagnato per il resto della settimana, e deve pregare quattro volte al giorno ad orari ben precisi. Spero che abbia fatto bene i calcoli altrimenti mi ritroverò con il jet lag addosso, dentro un taxi newyorkese rivolto verso La Mecca, proprio io che, già dilaniato dall'inflazionata presenza episcopale sui media italiani, in quel momento ho solo voglia di una doccia calda e di un letto comodo.
Il mattino seguente al mio arrivo, trovandomi in zona e in attesa della cena di benvenuto (welcoming dinner) che sarebbe avvenuta di lì a qualche ora con i colleghi (in cui ognuno ha pagato per sé perché ripeto non esistono pasti gratuiti qui, tanto meno in tempo di crisi), faccio un giro nel distretto finanziario. Pine Street, Wall Street, William Street, Ground Zero sono queste le zone del cuore pulsante (ora pluri-infartuato e con numerosi pace maker) dell'economia americana.
Il termometro che mi sono portato e che misura in celsius segna meno 10 gradi alle 9 del mattino, pare che qui il segno negativo (specie intorno al NYSE, la borsa di New York) sia una triste costante ultimamente e mi viene in mente che forse lo sfrenato ottimismo dei pionieri abbia optato per la misurazione Fahrenheit proprio per non sentirsi meno di zero anche a temperature polari.
Infondo avevano scelto saggiamente già allora, pare che oggi il "percepito" sia più importante del "reale" e vuoi mettere meno dieci Celsius contro i molto più "primaverili" più 15 gradi Fahrenheit?
Oltre al viavai di traders e bankers per le vie del financial district e di donne elegantissime sempre impegnate in qualche conversazione telefonica (le uniche vere trader il cui mercato è ancora florido e pulsante), c'è un costante brulicare di turisti e pellegrini devoti al dio pecunia. Non è raro vedere scene di intere famiglie (di tutte le etnie e provenienze) scattare foto sorridenti con lo sfondo della grigissima Wall Street (grigia per definizione in quanto all'ombra dei grattacieli quindi con poca se non inesistente insolazione) o stringere i testicoli della statua del toro (Bull) che indica forza e potenza del mercato.


Neanche a dirlo, a segnalare la “razionalità” che guida i traders del terzo millennio sarebbe vano cercare l’”Orso”, che nella semiologia dello Stock Exchange e delle sue colonie borsistiche di tutto il mondo indica tendenza ribassista e quindi avversa fortuna. Poi dicono che a New York, come mi ha confermato un tassista napoletano, comanda la mafia italiana. Se così fosse, visti i suoi vasti traffici internazionali e il suo cosmopolitismo da tempo avrebbe pensato di localizzare la Borsa delle Borse nel “Corno” d’Africa.

All'incrocio fra Wall Street e Pine Street mi imbatto in un "uomo cartellone" che mi invita a seguirlo in un negozio nelle vicinanze. Senza che neanche io parli mi identifica immediatamente come europeo e poi, dopo un secondo, come italiano (sicuramente più efficace lui dei diabolici strumenti dell' immigration office alla dogana, a lui è bastato uno sguardo ai miei abiti). Il suo aspetto non è inquietante (bensì simpatico e familiare per chi è cresciuto con i telefilm come i Jefferson trasmessi dalle reti del biscione già dagli anni '80) ma non sono in vena di shopping e gli chiedo quindi spiegazioni sull'"affare" che si appresta a propormi.
Prima che lui mi risponda, scorro velocemente con lo sguardo il cartellone che indossa e vedo che "COMPRA ORO". Scritta che in modo invasivo campeggia in tutta la zona del Business. Poi lui parte dicendomi che sicuramente io guadagno bene e sono benestante e che quindi posseggo oro e/o gioielli. E' quello che vuole, da me: l'oro. Ed è pronto ad una contrattazione sicura e leale con molti verdoni per ogni oncia. Lo svicolo simpaticamente dall'offerta spiegandogli in due battute che l'unico oro che mi porto costantemente dietro è quello del mio cognome e continuo quindi il mio giro nella giungla di cemento che mi circonda. Son certo che se si fidasse di più mi proporrebbe l’acquisto di Rolex dal giallo metallo di cui molti yuppies si devono essere “allegeriti” in attesa di tempi migliori.
Durante tutta la mattina vengo fermato e invitato a trattative simili a quella appena raccontata almeno altre tre volte da signori ben visibili e più insistenti che mai, in una escalation di offerte e possibili soluzioni alla finalizzazione dell'accordo (deal).


Un pò scioccato e sorpreso dall'accaduto torno verso l'albergo chiedendomi il significato di quanto appena accaduto. Stiamo forse tornando verso il Gold Standard o sistema aureo? Questi signori che mi hanno insistentemente fermato per strada hanno forse la "percezione" che la moneta in circolazione stia pericolosamente diventando carta straccia e quindi ritengono che l'unico salvagente al quale aggrapparsi sia il nobile metallo?


Il tempo di fermarmi in un affollato café dove la televisione manda a getto continuo notizie sui mercati finanziari e, a conferma di quanto appena vissuto, vedo uno spot in puro stile yankee con il biondo padre di famiglia che raccomanda alla sua audience di investire in oro: "un porto sicuro per voi e le vostre famiglie".
Viene da pensare che realmente qualcosa non va, non già nell’economia dove ormai la recessione é profonda e tale conclamata, ma nella “cultura” tecnica dei supremi reggitori della politica economica. La ricerca del “bene rifugio” per antonomasia, il calo vistoso dei prezzi di prodotti di ogni genere, lo stare sull’uscio dei negozi semivuoti da parte dei commercianti, segnalano indubbiamente la classica penuria di “contante”. Mi chiedo dove siano andati a finire i milioni di dollari immessi sul mercato dalla FED nell’ultimo anno e mezzo. Non devo certo mobilitare “scienziati” per ricordare che nelle serie fasi recessive l’economia è come un cavallo cui hai voglia di portare acqua senza che questo la beva, a segnalare che dunque non è monetaria la causa del credit crunch.
Certo il tasso d’interesse reale praticamente negativo almeno evita che a differenza di quanto accadde nel ’29 si possa tranquillamente camminare per la zona delle banche senza che banchieri suicidi ti cadano sulla testa. Si deve però rimanere sui marciapiedi quanto più e possibile e attraversare con particolare cautela. Altrimenti si rischia di finire sotto le macchine dei CEO, che “a tutta birra”, dopo aver inondato il mondo di titoli tossici e aver approfittato della cecità “monetarista” che ha creduto che il tutto dipendesse da shortage di “liquidità”, se “la danno a gambe” avendo approfittato della generosa mammella di Bernanke per ulteriormente prosciugare le casse delle loro”imprese”, per auto- liquidarsi con cifre da capogiro.


I loro equivalenti morali in Colombia, solo per una diversa collocazione nella “divisione internazionale del lavoro” sono braccati dalle polizie di tutto il mondo. Ma qualche differenza deve pur sussistere tra cittadini del mondo “sviluppato” e quelli del mondo sottosviluppato.
La “Grande Mela”! Credo di capire i motivi profondi di un tale soprannome per la metropoli che è ancora la capitale del “mondo degli affari. Quando questi si inquadrano nella cornice del capitalismo che ab initio non cessa di produrre ciclicamente sconquassi e “miseria nell’abbondanza” (non secondo Lenin, ma lo snob del clubs degli Apostols e di Bloomsbury: Keynes) sta a segnalarci che il “ grande verme” delle crisi vi alligna subdolamente.
E quando meno te lo aspetti – mentre credi alle perenni meraviglie del “Toro” e agli infiniti sentieri della crescita, il verme buca la superficie lucida e sorridente del frutto di Biancaneve, che invece che del Principe Azzurro in quel caso esce dalla favola made in Hollywood per chiedere “ORO” nei pressi di Wall Street.
Che altro caso strano (nomen omen) la Grande Mela negli States è anche la capitale della “Costa dei Barbari”.

Nessun commento:

Posta un commento